L’argilla del cosmo

09 Jul 2010 • 3 min read

Quando la superficie di questo mondo cominciò a raffreddarsi, venne un precursore che scelse il modello di processo che avrebbe dovuto autosostenersi. Nulla gli parve più interessante che immaginare una matrice con n possibilità progressive divergenti. Allora creò le condizioni per la vita. Con il tempo i tratti giallastri dell’atmosfera primitiva virarono verso l’azzurro e gli scudi di protezione cominciarono a funzionare a livelli accettabili.

In seguito il visitatore osservò i comportamenti delle diverse specie. Alcune erano avanzate verso la terra ferma e timidamente vi si erano insediate, altre erano retrocesse di nuovo nei mari. Numerose forme mostruose appartenenti a diversi ambienti erano scomparse mentre altre avevano continuato a trasformarsi liberamente. Qualunque combinazione casuale era stata lasciata evolvere finché era apparsa una creatura di medie dimensioni capace di essere assolutamente discente, adatta a trasferire informazioni ed ad accumulare memoria al di là del suo ciclo vitale.

Questo nuovo mostro aveva seguito uno degli schemi evolutivi adatti al pianeta azzurro: un paio di braccia, un paio di occhi, un cervello diviso in due emisferi. In esso quasi tutto era elementarmente simmetrico proprio come i pensieri, i sentimenti e le azioni che erano rimasti codificati alla radice del suo sistema chimico e nervoso. L’ampliamento del suo orizzonte temporale e la formazione di diversi livelli di sensazione nel suo spazio interno avrebbero richiesto ancora altro tempo. Nella situazione in cui si trovava, a malapena poteva differire le proprie risposte o distinguere tra percezione, sogno ed allucinazione. La sua attenzione era erratica e, ovviamente, non rifletteva sulle proprie azioni perché non poteva cogliere la natura intima degli oggetti con cui entrava in relazione. Tutti i suoi sensi erano specializzazioni del tatto primitivo per cui interpretava il mondo in base alla distanza tattile tra sé e gli oggetti; era chiaro che, fino a quando avesse continuato a considerarsi semplice riflesso del mondo esterno, non avrebbe potuto lasciar esprimere la sua intenzione più profonda capace di mutarne la mente stessa. Sui due modi del prendere e del fuggire aveva modellato i suoi primi affetti che si esprimevano quindi come attrazione o rifiuto; questa bipolarità rozza e simmetrica, abbozzata già nelle protospecie, tendeva a modificarsi molto lentamente. Per ora la sua condotta era troppo prevedibile ma sarebbe giunto il momento in cui, autotrasformandosi, avrebbe compiuto un salto verso l’indeterminazione e la casualità.

Così, il visitatore era in attesa di una nuova nascita all’interno di quella specie in cui aveva riconosciuto la paura di fronte alla morte e la vertigine della furia distruttiva. Aveva osservato come quegli esseri vibrassero per l’allucinazione dell’amore, come si sentissero angosciati di fronte alla solitudine dell’Universo vuoto, come immaginassero il proprio futuro, come lottassero per decifrare le prime impronte lasciate sul sentiero nel quale erano stati scaraventati. Prima o poi questa specie fatta con l’argilla del cosmo avrebbe intrapreso il cammino che l’avrebbe portata a scoprire la propria origine, ma quel cammino sarebbe risultato imprevedibile.